I numeri nel «Rapporto italiani nel mondo», realizzato da Migrantes. Nel 2024 il peggior saldo tra entrate e uscite dal 2006. Ad emigrare soprattutto i diplomati
Giovani in fuga
Negli ultimi 20 anni, quindi, il flusso di cittadini italiani verso l’estero si è progressivamente ringiovanito, fino a concentrarsi nella fascia di età 25-34 anni. La loro incidenza è passata dal 27,1% al 37,5% del totale dei trasferimenti all’estero. Un esodo spinto soprattutto da motivi lavorativi: «la mobilità internazionale è diventata un tassello ordinario dei percorsi di avvio carriera: spesso si parte per consolidare competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità», si legge nel report. L’estero «diventa un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale». C’è, però, un luogo comune che viene contestato dall’indagine, ovvero il livello di istruzione dei giovani che emigrano, visto che meno di un terzo sono laureati o dottorati di ricerca (31,8%). Piuttosto, il 36,1% sono diplomati, ai quali aggiungere il 31,1% dei possessori di licenza media. «Guardando ai valori assoluti, nella classe di età 18-34 anni, dal 2023 al 2024 si ha una differenza in positivo di 15 mila espatri con titolo di studio medio-basso e di 6.500 circa con titolo alto».
Le riflessioni «diventano ancora più indicative se si osserva da vicino la sola classe di età 25-34 anni», quindi coloro che hanno terminato il ciclo di studi e si affacciano al mondo del lavoro «nel pieno della creatività e dell’entusiasmo». È evidente dai dati, si legge nel report, che questa classe di età «è il cuore della mobilità più recente: è il 37,5% del totale espatri del 2024. Allo stesso tempo, però, si tratta della fascia anagrafica in cui, dal 2012 al 2024, la percentuale dei laureati è progressivamente cresciuta, attestandosi a circa la metà delle partenze dal 2022».
Non solo giovani
Alle partenze di giovani e giovani adulti si devono aggiungere più di 15 mila minori (il 12,3% del totale) e 13.433 adulti maturi (il 10,9%). Su questi ultimi «è interessante evidenziare che la variazione rispetto all’anno precedente è di oltre 3.500 persone (+35,9%)». Molti sono sfuggiti dalla disoccupazione italiana, ma «moltissimi fanno parte dell’universo dei nonni babysitter, quegli italiani, cioè, che si sono trasferiti per essere aiuto e sostegno di figli e nipoti residenti all’estero, soprattutto quando i bambini sono appena nati e non in età scolare, reinventandosi anche nel lavoro», fanno sapere gli analisti. La mobilità previdenziale si attesta sui 5.700 protagonisti (4,6% del totale), 800 circa in più rispetto all’anno precedente. Sono oltre 1,3 milioni (20,5%) gli anziani italiani iscritti all’Aire (over sessantacinquenni), 858 mila sono, invece, i minorenni (14,9%).
Ai meno giovani si aggiunge anche la fuga degli stranieri: tra il 2014 e il 2023 sono stati oltre un milione e 576 mila gli stranieri divenuti italiani; di questi, sono poco meno di 146 mila coloro che hanno poi trasferito la residenza all’estero. Nel corso del 2023 ne sono emigrati oltre 23 mila, mentre nel 2022 gli espatri dei naturalizzati sono stati circa 17 mila. Se si considerano i naturalizzati emigrati nello stesso anno in cui hanno acquisito la cittadinanza, se ne contano complessivamente quasi 17 mila. «Se oggi partono dall’Italia non solo cittadini italiani ma anche i cosiddetti nuovi italiani, mentre una parte dei migranti stranieri considera il nostro Paese una tappa provvisoria in attesa di approdare altrove, allora la vera sfida non è fermare la mobilità, ma chiederci come rendere l’Italia un luogo attrattivo in cui le persone possano scegliere di restare e progettare il proprio futuro», il commento degli analisti.
Vent’anni di espatri
Il report, infine, analizza il trend degli espatri degli ultimi 20 anni, suddividendolo in cinque fasi.
La prima, periodo 2006-2010, è contraddistinta da una mobilità relativamente contenuta e bilanciata: gli espatri sono stabilmente a quota 40 mila l’anno, in media, mentre i rimpatri si attestano a 33 mila l’anno. Nella seconda, successiva alla crisi partita nel 2008 (periodo 2011-2014), si assiste «a una forte accelerazione degli espatri (che passano da 50 mila a 89 mila) mentre i rimpatri rimangono su livelli molto più contenuti (30 mila di media annua)».
Nel corso della terza fase, dal 2015 al 2019, gli espatri raggiungono livelli mai registrati nei periodi precedenti (114 mila in media annua), ma cresce anche il numero di italiani che rientrano (45 mila l’anno), consentendo un calo relativo del saldo migratorio che, pur rimanendo negativo, passa da -72 mila nel 2015 a -54 mila nel 2019. La quarta fase, dal 2020 al 2022, coincide con lo shock pandemico. Pur in presenza di forti restrizioni ai movimenti internazionali, gli espatri restano su livelli elevati (circa 315 mila nel triennio), anche per l’effetto-Brexit. Nell’ultima fase (2023-2024), quella che include i dati più recenti, si assiste a una nuova impennata che si concluderà, nel 2024, col minimo storico del saldo.